martedì 10 aprile 2007

La morte del Lupo

Tradotto da ME cercando di rispettare lo schema delle rime e la lunghezza dei versi.

Per chi volesse l'originale in francese, qui




LA MORTE DEL LUPO

Le nubi sulla luna infiammata correvano
Come sull’incendio si vede salire il fumo,
E i boschi erano neri fino all’orizzonte.
Marciavamo, sul prato umido, silenziosamente,
Tra le edere intricate e tra le alte fronde,
Finché, sotto pini simili a quelli delle Lande,
Abbiamo scorto i segni delle unghie lasciati
Dai lupi errabondi che avevamo braccati.

Ci siam messi in ascolto, trattenendo il fiato

E col passo leggero. -- Né il bosco né il prato

Emettevano un sospiro nell’aria; sola

Gridava luttuosa al ciel la banderuola;

Poiché il vento, che ben alto sulla terra soffiava,

Solo le torri solitarie coi suoi piedi sfiorava,

E le querce dabbasso, contro le rocce scoscese,

Sui gomiti parevano addormentate e distese.

Nulla si muoveva, dunque, finché, chinando la testa,

Il più vecchio dei cacciatori che seguivan la pista

Ha osservato la terra inginocchiato; ben presto,

Lui che sbagliarsi qui mai è stato visto,

Ha dichiarato sussurrando che le tracce recenti

Annunciavano il passaggio e gli artigli possenti

Di due lupi adulti e di due ancora cuccioli.

Noi tutti abbiamo allora sguainato i pugnali,

E, celando i fucili dai traditori barlumi,

Avanzavamo pian piano, scostando i rami.

In tre si fermano, ed io, cercando cosa vedano,

Scorgo d’un tratto due occhi che fiammeggiano,

E poi vedo al di là quattro forme leggere

Che danzavano alla luna in mezzo alle brughiere,

Come fanno ogni dì, davanti a noi in gran confusione,

I levrieri festanti, quando torna il padrone.

Simile la loro forma e simili i movimenti,

Ma i piccoli del Lupo danzavano silenti,

Ben sapendo che a due passi, con sonno leggero,

Dorme tra le sue mura l’uomo, nemico loro.

Il padre era sdraiato, e più in là, a un tronco appoggiata,

La sua Lupa riposava, come quella scolpita

Che adoravano i Romani, il cui i fianco lanoso

I semidei Remo e Romolo copriva amoroso.

Il Lupo avanza e si ferma, le due gambe dritte,*

Piantate nella sabbia con le unghie ritorte.

S’è visto perduto, poiché è stato sorpreso,

La sua fuga stroncata e ogni passaggio chiuso;

Allora ha azzannato, nella sua gola ardente,

Del cane più ardito la gola ansimante,

E le mascelle d’acciaio non ha disserrato,

Malgrado i nostri spari l’avessero colpito,

E, come tenaglie, i nostri aguzzi coltelli

S’incrociassero piombandogli nei muscoli,

Fino all’ultimo istante, quando il cane strangolato,

Morto assai prima di lui, ai suoi piedi è stramazzato.

Allora il Lupo lo lascia e poi ci fissa.

I coltelli gli restavano nel fianco, fino all’elsa,

Lo inchiodavano al prato del suo sangue cosparso;

I nostri fucili lo accerchiavano in un crescendo avverso.

Lui ci guarda ancora, quindi si ristende,

Leccandosi il sangue d’intorno alle sue zanne,

E, senza degnarsi di sapere per cosa sia perito,

Chiudendo i grandi occhi, muore senza un grido.

II

Ho chinato il capo sul fucile scarico di polvere,

Preso a riflettere, e non mi son potuto risolvere

Ad inseguire la Lupa e i cuccioli, che, tutti e tre,

Avevano voluto aspettarlo; e, penso tra me,

Se non fosse stato per i Cuccioli, la bella e triste vedova

Non l’avrebbe lasciato solo al momento della prova;

Ma il suo dovere era di salvarli, al fine

Di potergli insegnare a sopportare la fame,

A non vincolarsi mai con i patti civili

Stipulati dall’uomo con le bestie servili

Che cacciano avanti a lui, in cambio di cucce,

Loro, una volta signore di boschi e di rocce.

III

Ahimè! ho pensato, malgrado il gran nome di Uomini,

Che vergogna ho di noi, per quanto siamo infimi!

Come si debban lasciare la vita e tutti i suoi mali,

Siete voi a saperlo, o sublimi animali!

Se a ciò che in terra fu e si lascia si pensa,

Solo il silenzio è grande; tutto il resto è debolezza.

- Ah! Ti ho ben inteso, selvaggio viaggiatore,

E il tuo ultimo sguardo m’è penetrato fino al cuore!

Diceva: «Se puoi, fa sì che l’anima tua pervenga,

A forza di ristarsene pensierosa e attenta,

Di stoica fierezza a quel siffatto punto

Cui io, nato nei boschi, subito son giunto.

Gemere, piangere, pregare è ugualmente indegno.

Compi il tuo lungo e arduo compito con impegno

Sulla via in cui la sorte ti ha voluto chiamare,

Poi, dopo, come me, soffri e muori senza fiatare.»



Alfred de Vigny,
Écrit au château du M***, 1843.

Traduzione di Gwion_the_Bard, 2007


* Ho tradotto jambes con gambe: non potendo neanche in francese essere riferito ad animali, è evidentemente scelto di proposito da de Vigny per “umanizzare” e far risaltare la figura del lupo, in linea col tema ed altri caratteri del testo (come le maiuscole).


Non so voi, sarò pazzo, ma io mi gaso ogni volta che leggo l'ultimo pezzo...

4 commenti:

Elia.B ha detto...

Bella! Veramente, l'ultimo pezzo c'ha una forza grandissima; la traduzione la rende bene (o magari la crea e nell'originale non c'era, tanto non l'ho letta [e mai lo farò] in francese [quella stupida lingua morta])

Leonardo ha detto...

Bella, ma una spiegazione, soprattutto del finale mi garberebbe, sono un gonzo in poesia...

Gwion_the_Bard ha detto...

Esprime l'ideale di vita di de Vigny:non piegarsi né lamentarsi,andare avanti per la propria strada fino alla morte,se necessario.

Il Lupo sapeva di andare a morire,ma doveva proteggere i Cuccioli e la Lupa,ergo attacca e muore in silenzio,perché ogni altra reazione sarebbe "debolezza",lamentela inutile e puerile per il proprio destino.

Per me è bellissimo,perché è un ideale di fierezza estrema. Confrontate il Lupo e i cani "bestie servili" o gli uomini,che lo attaccano tutti insieme armati:chi è più grande?
E infatti chi per tutto il poema è scritto con la maiuscola? Solo alla fine c'è "...questo gran nome di Uomini",a sfottere amaramente.


"Non piegarti...Sprofonda le tue radici nella roccia e resisti al vento,anche se fa volar via tutte le tue foglie" (Tolkien)


PS certo Elia, tutto il fascino della poesia deriva dall'abilità del traduttore...non è vero, in francese è anche più intensa,ovviamente.

Nino ha detto...

La morte del lupo

I
Sulla luna infiammata correva la nuvolaglia
come sopra l’incendio il fumo si sparpaglia,
e i boschi erano neri infino all’orizzonte.
Marciavamo, in silenzio, nell’erba grondante,
nella brughiera spessa e negli alti scopeti,
quando, in mezzo alla landa, ai piedi degli abeti,
abbiamo visto il segno di grandi unghie, lasciato
dai lupi pellegrini che avevamo braccato.
Restavamo in ascolto, col fiato rattenuto
e col passo sospeso. – Né bosco né prato
esalavan nell’aria un sospiro; soltanto
la banderuola in lutto gridava al firmamento;
perché il vento, ben più in alto delle terre,
non sfiorava col piede che torri solitarie,
e le querce di sotto alle rocce inclinate,
parevano dormire sui gomiti appoggiate.
Niente stormiva dunque, ma, la testa chinata,
il più vecchio cacciatore di tutta la brigata
ha scrutato carponi la rena e d’un tratto,
lui che non abbiamo mai trovato in difetto,
ha dichiarato piano che le impronte recenti
mostravano il passo e gli artigli possenti
di due gran lupi grigi e di due lupacchiotti.
Quindi tutti andavamo con i pugnali estratti,
nascosto dei fucili, troppo bianco, il riflesso,
avanzammo spostando i rami passo passo.
Tre si fermano, ed io, per scoprir quel che vedono,
all’improvviso scorgo due occhi che fiammeggiano,
e al di là vedo quattro immagini leggere
ballare al chiar di luna, in mezzo alle brughiere,
come fanno sotto gli occhi, ogni giorno, chiassosi,
quando arriva il padrone, i levrieri festosi.
Di forma erano simili e simili nel danzare;
però i nati di Lupo giocavan senza fiatare,
sapendo che a due passi, semiaddormentato,
l’uomo, loro nemico, fra le mura è adagiato.
Il padre stava in piedi, e più in là, ad un albero,
la sua lupa posava, come quella di marmo
adorata dai Romani coi fianchi dai velli fini
che covava Romolo e Remo, semidivini.
Viene il lupo e si siede, le due gambe diritte
e le unghie adunche nella sabbia confitte.
Si è sentito perduto, perché è stato scovato,
privo di ritirata, col sentiero bloccato;
allora ha azzannato, con la bocca rovente,
del cane più ardito la gola palpitante,
senza allentare mai le ferree mascelle,
malgrado i nostri spari gli forassero la pelle
e gli aguzzi pugnali, pari ad una tenaglia,
s’incrociassero entrando nell’ampia ventraglia,
fino al momento in cui il cane soffocato,
morto prima di lui, ai piedi è stramazzato.
Lo lascia allora il lupo, e ci scruta intanto.
I pugnali piantati fino all’elsa nel fianco,
lo inchiodavano al prato del suo sangue intriso,
tutt’intorno i fucili in crescendo minaccioso.
Ci sta guardando ancora, in seguito si accascia,
sempre leccando il sangue che la bocca rilascia,
e non si degna affatto di saper come muore,
chiudendo i grandi occhi, senza un grido di dolore.

II
Ho poggiato la fronte sul fucile senza polvere,
preso lì a pensare non potendomi risolvere
a inseguire la lupa coi figli, che, tutti e tre,
lo avevan voluto attendere, e posso immaginare,
senza i due lupacchiotti, la bella e triste vedova
non l’avrebbe lasciato solo a subir la prova,
ma era suo dovere salvarli, al giusto fine
d’insegnar loro come si sopporta la fame,
di come non entrare in un patto civile
che l’uomo ha stipulato con la bestia servile
che caccia innanzi a lui per avere una cuccia,
i primi possessori del bosco e della roccia.

III
Ahimè! Ho pensato, porto il nome dell’Uomo,
ma ho vergogna di noi, deboli come siamo!
Come si può lasciare la vita e tutti i mali,
siete voi a saperlo, voi, sublimi animali!
Se questo fummo in terra e se il lascito è questo,
solo il silenzio è grande, debolezza tutto il resto.
-Ah! Io ti ho capito bene, selvaggio viaggiatore,
e il tuo ultimo sguardo mi ha trapassato il cuore!
Diceva: “Cerca, se puoi, che l’anima ti arrivi,
grazie ai suoi sforzi diligenti e riflessivi,
fino a quel sommo grado di stoica fierezza
di cui, nato nei boschi, ho raggiunto l’altezza.
Gemere, piangere, pregare, è altrettanto vile.
Il tuo lungo e grave dovere fallo con forza virile
sulla via che la sorte ti ha voluto assegnare,
poi, come me, soffri e muori senza parlare.”